Ma siamo sicuri che si tratti di bullismo?

Il bullismo è un tema che ciclicamente raggiunge gli "onori" della cronaca. Ma quando è giusto parlare di bulli e quando, invece, si rischia di fare solo confusione?
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Immagine di un alunno che sta subendo atti di bullismo

Il bullismo è un tema che ciclicamente raggiunge gli “onori” della cronaca.
Si stratta di una parola che ha trascinato l’informazione, i genitori, le scuole in un allarme continuo, al limite del terrorismo psicologico. Tutti impegnati nella ricerca spasmodica di quanti siano, chi siano, cosa facciano i bulli.

Come si identifica il bullismo

Una giornalista mi supplica di darle un contatto con un ex bullo, praticamente un pentito, da poter intervistare. Un’altra mi domanda se si possa parlare di bullismo nel caso di un gruppo di ragazzi di 13 e 14 anni che ha sfasciato alcune panchine presso la piscina del paese. Un suo collega chiede se durante le consulenze pedagogiche si scoprono caratteri di bullismo nei figlioli. La confusione regna sovrana.

Il fenomeno del bullismo in Italia mette in luce la questione della chiarezza sui contenuti delle espressioni che si vanno ad utilizzare in ambito educativo. Il concetto di bullismo viene strutturato scientificamente alla fine degli anni ’70 da un gruppo di psicologi sociali svedesi guidati da Dan Olweus per definire un grappolo di comportamenti che attiene a una vessazione che ha queste caratteristiche:

– la prepotenza reiterata nel tempo;
– l’indirizzamento verso una vittima incapace di difendersi;
– l’intenzionalità di fare del male.

Confusione di termini

Dan Olweus prende in prestito questo termine della lingua inglese dove ha un significato più generico ma abbastanza simile. To bully significa costringere qualcuno a fare qualcosa che non verrebbe fatto spontaneamente, trattando la vittima in modo molto spiacevole, usando la forza e il potere.

In realtà, il termine scientifico di “bullismo” sta ad indicare un insieme di comportamenti ben più definiti rispetto a to bully. Sta di fatto che in italiano si fa fatica a trovare una traduzione adeguata per compiere le necessarie ricerche fra gli studenti. Alla fine si è deciso di utilizzare genericamente il termine prepotenza.

I questionari si orientano quindi non tanto verso l’individuazione del concetto di bullismo sistematizzato da Dan Olweus, bensì verso un più generalizzato comportamento di prepotenza. La domanda tipica che viene fatta ai bambini ruota attorno a una matrice del genere: “hai mai subito prepotenze dai tuoi compagni di classe?”.
Alla fine il risultato appare quanto meno fuorviante: nell’utilizzo generico della parola bullismo, i bambini italiani risultano essere i più bulli del mondo, con percentuali più alte nell’area delle Elementari.

Nessun insegnante si sente di certificare nella sua esperienza, magari anche trentennale, una situazione così tragica, che fra l’altro se fosse vera costringerebbe al piantonamento di Polizia e Carabinieri in quasi tutte le Scuole Elementari italiane.

Immagine per il corso sul bullismo "I bulli non sanno litigare".

Ma come distinguere al meglio i litigi dal bullismo?

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L’importanza delle parole utilizzate

In realtà è la domanda che risulta sbagliata poiché utilizza i termini in maniera impropria. Viene insomma compiuta una indagine sul bullismo usando come rilevatori dei termini che non sono attinenti al bullismo, ma hanno una natura più generica. Si tratta di un esempio abbastanza tragico per le componenti di terrorismo psicologico e sociale che ha creato in Italia, ma che denota come sia necessario identificare con onestà e precisione i contenuti a cui ci si riferisce usando termini appropriati.

Ciò non toglie che esista comunque una percezione soggettiva e che questa soggettività faccia parte del gioco fra soggetto e realtà, eppure allo stesso tempo è noto come l’attribuzione terminologica abbia effetti retroattivi sui vissuti e sui comportamenti attinenti a questi stessi fenomeni così come vengono identificati dai termini utilizzati.

In altre parole, una cosa chiamata in un modo è diversa da una cosa chiamata in un altro modo. Dal punto di vista educativo rappresenta una specifica responsabilità a cui non è legittimo sottrarsi.

Da conflitto a bullismo

Purtroppo oggi esiste nell’immaginario più o meno comune un insieme di parole che tendono ad acquisire lo stesso significato: conflitto, litigio, guerra, violenza, bullismo, aggressività, prepotenza…

Questi termini appaiono connotati da un’unica matrice semantica, come se appartenessero concretamente alla
stessa area di comportamenti e quindi vengono spesso utilizzati anche dagli addetti ai lavori sfoggiando una libertà discrezionale che aumenta ulteriormente la confusione.

In particolar modo è proprio il termine conflitto ad essere utilizzato come contenitore generale, quasi rappresentasse il termine che racchiude tutti gli altri. Nella cultura comune, veicolata soprattutto dagli strumenti mediatici, il termine conflitto presenta un range di significati amplissimo che va dalla semplice discussione fino alla guerra, se non addirittura al genocidio, passando per il litigio, il contrasto, la prepotenza, e naturalmente il bullismo…

Si ostacola così il processo di alfabetizzazione ai conflitti come prevenzione della violenza, come capacità autoregolativa nei contrasti interpersonali e di gruppo, di differenziazione creativa e di costruzione dell’autonomia personale.

La vera necessità è segnare un passaggio dal dibattito sul presunto bullismo (non certo su quello reale) ai veri nodi dell’educare oggi.

7 luglio 2026
Testo tratto da un’articolo di Daniele Novara pubblicato sulla rivista “Conflitti

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