Una visione costruttiva del conflitto come occasione di apprendimento

Il conflitto appartiene all’area della competenza relazionale, mentre la violenza e la guerra appartengono all’area della distruzione.
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«In una fredda serata invernale due porcospini decidono di riscaldarsi stringendosi il più possibile uno contro l’altro, ma si accorgono ben presto di pungersi con gli aculei.

Allora si allontanano, tornando però a sentire freddo.

Dopo tante faticose prove i due porcospini riescono a trovare la giusta posizione che permette loro di scaldarsi senza pungersi troppo».

Se ci sono tanti motivi per cui è difficile riuscire a considerare i conflitti come potenziali risorse, ce ne sono anche altrettanti che supportano la convinzione che il conflitto possa trasformarsi in significativa occasione di apprendimento. (leggi anche “La distinzione fra conflitto e violenza: una necessità imprescindibile”)

Rispetto a una visione restrittiva del litigio propongo una visione più costruttiva che restituisce a questo tipo di esperienza tutte le sue potenzialità di apprendimento di specifiche competenze relazionali, una visione del conflitto come luogo nel quale potersi esprimere rafforzando la propria autonomia o il senso di reciproca appartenenza piuttosto che il senso di colpa. 

Il processo di individuazione 

Dal punto di vista evolutivo il conflitto è importante nel sostenere il processo di differenziazione.

Un esempio abbastanza comune di questa tipologia di litigio è quello tra figli adolescenti o giovani e genitori, ma anche quello tra amici che hanno condiviso l’adolescenza e pian piano si distaccano. Se la relazione simbiotica è fondamentale per la sopravvivenza nel primo anno di vita del bambino, si rivela poi problematica nel cammino verso l’autonomia e l’individualizzazione, origine di impedimenti e difficoltà di varia natura che spesso provocano sofferenza.

Il conflitto allora può delinearsi sia come sintomo che come occasione per stabilire la separazione e definire una distanza reciproca. 

L’autoregolazione

Il conflitto è poi uno straordinario strumento di autoregolazione sia nei gruppi che nelle situazioni sociali di carattere duale.

Favorisce l’instaurarsi di sistemi che consentono di mantenere una misura relazionale adeguata: i rapporti che non consentono il conflitto sono tutti a rischio (da un punto di vista patogeno) di soffocamento reciproco o, al contrario, di produrre reattivamente episodi di vera e propria violenza.

La capacità, che si origina a partire dall’esperienza del conflitto, di regolare autonomamente il proprio comportamento all’interno della relazione consente poi l’instaurarsi di un meccanismo che permette di interagire reciprocamente e rapportarsi senza dover ricorrere all’intervento di una figura esterna (la mamma, il capo, il giudice). 

Imparare a conoscersi 

I conflitti inoltre permettono di imparare a conoscersi.

Nelle discussioni, negli scontri, nelle difficoltà relazionali si scoprono potenzialità e limiti personali: si ha la possibilità di confrontarsi con le proprie capacità (di salvaguardare la relazione, di affrontare un ostacolo, di perseguire un obiettivo) e di metterle alla prova; con i propri confini (interiori, esteriori) e, in particolar modo, con quelli che sono i blocchi emotivi (le reazioni di fronte a determinate situazioni e comportamenti) che impediscono di riconoscere noi stessi e gli altri, di avere una chiara visione di quello che sta accadendo, e di agire di conseguenza. 

La competenza antinarcisistica 

Un’altra funzione molto importante, tipica della dimensione del conflitto è poi quella evolutiva antinarcisistica.

Nei bambini piccoli sviluppare questa competenza è fondamentale: lo scontro con il coetaneo garantisce che si instauri quell’elemento di frustrazione evolutiva, di contenimento del naturale egocentrismo infantile, fondamentale per uno sviluppo corretto della personalità.

Nell’altro si incontra un limite al proprio desiderio e alla propria azione («Mi prende il giocattolo, gioca anche con altri e non solo con me»), e interagendo reciprocamente si svelano delle potenzialità inespresse, si testano strategie, si capiscono i propri limiti. Grazie al conflitto si acquisiscono competenze relazionali e si impara a stare al mondo. 

Svelare la realtà 

Il conflitto è poi molto interessante perché nasconde dell’altro, è sostanzialmente sempre pretestuoso.

La parte più significativa del conflitto solitamente è quella nascosta e in questo senso il conflitto può potenzialmente esercitare un’importante funzione di svelamento e riconoscimento della realtà.

Quando in un gruppo una persona si lamenta molto, l’aspetto più singolare, su cui però tendenzialmente non ci si sofferma, non sta tanto nei contenuti della lamentazione quanto nel significato che questa acquisisce all’interno del contesto e delle dinamiche del gruppo.

Lavorare sul conflitto consente allora di comprendere meglio cosa sta davvero accadendo, quali sono le problematiche pregnanti in quella data situazione consentendo di andare verso una maggior chiarezza. 

La strada allora che possiamo intraprendere per lavorare sui conflitti è quella dell’apprendimento: costruire le condizioni affinché le persone imparino a esprimersi e relazionarsi con gli altri superando dinamiche consolidate che però non aiutano a crescere e ad affrontare le sfide della nostra epoca.

Estratto da La grammatica dei conflitti di Daniele Novara (edizioni Sonda, 1 marzo 2022)