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Le malattie dell’educazione

Escludere un programma educativo dal recupero dei bambini con disturbi importanti appare non solo un azzardo ma un ulteriore danno al bambino stesso
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Bambini che giocano sotto la pioggia. L'immagine è usata per l'articolo "Le malattie dell'educazione" di Daniele Novara

Nel 2009 ho proposto il concetto di “malattie dell’educazione” per denotare gli stati infantili e preadolescenziali di disagio e seria difficoltà che sono da riportare a deficit educativi dei geni­tori.

Con “malattie dell’educazione” inten­do allora tutte quelle forme patologiche evidenti nel comportamento infantile, sia di carattere fisico che mentale, le cui cause si collocano in ambito educativo.

Quali sono le malattie dell’educazione?

Mancanza di regole educative chia­re, discrepanza sostanziale fra padre e madre nell’educazione dei figli, manca­to sviluppo delle autonomie all’età pre­vista, sedentarietà indotta, manteni­mento di fusionalità simbiotiche con la madre o con entrambi i genitori, sono fra le situazioni più diffuse e in aumen­to.

A queste vanno aggiunte le proble­matiche di blocco educativo legate a vi­cende particolari durante il parto o i pri­mi anni di vita, che hanno attivato una specifica apprensione per la sopravvi­venza del figlio.
Non vanno infine dimenticate le proble­matiche educative legate alla carenza di sonno (da ultimo la tendenza alla scom­parsa del pisolino nei bambini di tre anni) e quelle relative ai disordini alimentari (in primis la diffusa difficoltà nell’assun­zione della colazione al mattino). 



Le malattie dell'educazione

La vera emergenza è la disattenzione crescente nei confronti dell’educazione quasi che i bambini e i ragazzi potessero farcela da soli senza un “cantiere” ben or­ganizzato da genitori, insegnanti e adulti.

È una disattenzione grave che può crea­re patologie.

Basti pensare agli scom­pensi generati da quei genitori che im­postano la gestione dei figli unicamente nella logica della disponibilità, della spie­gazione, della piacevolez­za, del gradimento, a prescindere dalla necessità che l’adulto faccia l’adulto, che il bambino faccia il bambino, che i geni­tori facciano i genitori e gli adolescenti facciano gli adolescenti senza derive amicali o promiscue di varia natura.

Finisce così che i figli non ascoltano i ge­nitori, ma in realtà bisognerebbe dire con ben più motivazione che i figli non sanno chi ascoltare.

La divergenza in or­dine all’educazione dei figli fra i padri e le madri sta diventando la norma e non più l’eccezione. E non sto parlando delle coppie separate, ma di coppie che de­cidono di procreare ma ognuno con le proprie motivazioni e che si ritrovano a portare avanti non un progetto comune ma un progetto individuale.

In questo modo i figli entrano in un corto circuito estremamente angosciante che li può portare a deprivazioni emotive a partire già dai due, tre, quattro anni.
Il caso per esempio dell’uso dei tablet: un genitore vorrebbe limitarne utilizzo e l’altro insi­stentemente dice al contrario.

Si scopre poi che l’utilizzo precoce dei dispositivi digitali nei primissimi anni crea ritardi addirittura nel linguaggio. Così come l’uso precoce della tastiera nella scrittu­ra crea ritardi significativi in ordine all’apprendimento della scrittura stessa. Si spingono i bambini a saltare le tappe o diventare al più presto in grado di in­teragire con gli adulti come se fossero loro stessi adulti. 

Si sono create nelle famiglie delle com­plicazioni enormi. Per esempio la ridu­zione del gioco e del movimento. Il bambino, visto sempre più come un pic­colo adulto, non deve muoversi, non deve giocare, deve essere sempre ben concentrato. Si impediscono gli scarichi emotivi dell’attività ludica, specialmente in una logica sociale che è fatta di scon­tri, litigi, divergenze, avvinghiamenti fisici e quant’altro. 

Anche alcune scuole purtroppo si sono acca­nite contro il movimento e il gioco in­fantile. Drammatico che alcune abbiano addirittura imposto l’intervallo fra i ban­chi proibendo l’attività motoria. 

Ma anche la Natura è ormai lontana, preclusa a un contatto diretto. Non sto parlando del grande bosco o del grande parco naturale, sto parlando della piog­gia, della terra, dei sassi, del potersi ar­rampicare, del poter costruire qualcosa con le proprie mani. Sto parlando di aria, acqua, fuoco, terra, degli elementi sensoriali primari che permettono al bambino di riconnettersi profondamen­te alle proprie sensazioni. 

Messe assieme le difficoltà dei genitori di interpretarsi in senso educativo e l’alienazione infantile nei confronti del gioco, della motricità e della natura, si capisce come le difficoltà emotive dei nuovi “cuccioli” non appartengono certo a problemi neurologici, ma prevalente­mente a situazioni ambientali dove l’in­naturalità della vita impedisce anche il recupero di eventuali ritardi fisiologici. 


Articolo di Daniele Novara estratto dalla rivista Conflitti, numero 2/2017

Bambini che giocano sotto la pioggia. L'immagine è usata per l'articolo "Le malattie dell'educazione" di Daniele Novara

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