Come comportarti di fronte a un bullo

Per affrontare un bullo è meglio privilegiare strategie centrate sull’individuo o ragionare maggiormente sul gruppo e sulle relazioni?
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Immagine di un ragazzo arrabbiato a rappresentare la figura del bullo

Gli interventi di contenimento e di gestione del fenomeno bullistico tendono spesso a privilegiare strategie centrate sull’individuo in quanto responsabile unico del comportamento trasgressivo, o sulla dinamica di coppia bullo-vittima.

Questo approccio è figlio di quella logica emergenziale e mira a “bloccare” il comportamento deviante attraverso l’applicazione di sanzioni (intervento giustizialista) o la proposta di itinerari di recupero psicologico (intervento curativo).

L’intervento giustizialista

Nel primo caso, la metafora della giustizia ci serve per riconoscere un intervento volto a cercare il colpevole, quindi a individuare nel bullo, vista anche la componente violenta delle sue azioni, delle caratteristiche stigmatizzabili che vengono rilevate e messe sotto esame. È un modello comportamentistico in cui l’epifenomeno, cioè la manifestazione bullistica, viene analizzato per le conseguenze che provoca.

Il bullo si presenta come il colpevole di una serie di azioni che caratterizzano il suo comportamento. Viene giudicato il suo comportamento tangibile, cercando di verificarne l’effettiva consistenza. La modalità è forte, molto vicina a una posizione giuridica. Può infatti succedere che vengano comminate vere e proprie punizioni, che possono andare dalla nota scritta alla sospensione scolastica, fino a misure più gravi come segnalazioni all’autorità esterna alla scuola.

A volte questo approccio si ferma alla pura e semplice ricerca del colpevole, senza andare oltre, evitando sanzioni di qualsiasi tipo. I limiti di questo modello sono evidenti, in quanto, se il colpevole utilizza il suo comportamento in senso esibizionistico, tale procedura non fa altro che enfatizzarlo mettendo il bullo su un piedistallo; se invece il colpevole scandisce la sua azione nella clandestinità, è molto probabile che non venga scoperto, dato che, come spesso succede nelle azioni rivolte alla ricerca del colpevole, nessuno osa avanzare denunce perché “fare la spia” è considerato un atto spregevole e squalificante.

Perciò si crea e si rafforza un meccanismo di omertà sostanzialmente perfetto, che tutela il bullo e lascia immutati gli equilibri all’interno del gruppo classe. Pedagogicamente siamo alla preistoria, si ricorre a questo modello in assenza di strategie più raffinate. L’individuazione di alternative è quindi fondamentale, altrimenti questo meccanismo di azione e reazione diventa quasi automatico.


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L’intervento curativo per bullo e vittima

Sempre restando nell’approccio individuale, uno stile di intervento senz’altro più raffinato è quello focalizzato sul recupero psicologico. Il bullo viene visto come soggetto “malato”, cioè come portatore di disagio, di disturbi psicopatologici, e quindi si ricorre a una chiave di lettura di carattere terapeutico. Analogamente, anche la vittima viene individuata come un soggetto fragile e carente nel suo processo di formazione della personalità.

I due approcci individuali tendono a compensarsi: verso la vittima si finisce per attivare un processo psicologico di rafforzamento assertivo dell’identità, mentre verso il bullo si attivano interventi finalizzati a rafforzare l’autocontrollo e a canalizzare l’aggressività.

La modalità terapeutica legge i comportamenti come veri disagi intrapsichici che in tal modo devono essere trattati. Negli ultimi tempi è l’approccio con il maggior seguito, con un forte dispiegamento di interventi diretti sui soggetti coinvolti nei fenomeni di bullismo, sia vittime sia persecutori.

I risultati però appaiono ancora piuttosto scarsi e ciò, a nostro parere, è addebitabile ad almeno due motivi: la difficoltà di costruire un contratto terapeutico con il “bullo”, che il più delle volte tende a sottrarsi a un trattamento che legge comunque come stigmatizzante; il rischio di consolidare e di esasperare la dinamica di ruolo tra bullo e vittima, con interventi che confermano e rafforzano l’immagine trasgressiva e potente del primo e lo stereotipo di debolezza e inferiorità della seconda.

Dall’individuo al gruppo

Abbiamo messo in evidenza i limiti degli interventi più diffusi, a livello di prevenzione come di trattamento del fenomeno, evidenziando come un approccio unicamente cognitivo o comportamentista incida solo sugli aspetti più appariscenti del fenomeno.

L’approccio che proponiamo cerca invece di andare alla radice della difficoltà relazionale, coinvolgendo il gruppo e la comunità in un processo di autocoscienza critica. Anche in questo caso l’intervento può prendere due diversi indirizzi: l’uno centrato sul gruppo nella logica della gestione dei conflitti, l’altro focalizzato sullo sviluppo del senso di comunità, visto come antidoto all’insorgere di disturbi relazionali.

A dire la verità, questi due modelli appaiono piuttosto interagenti: il primo è un approccio sul gruppo che abbia come focus l’esplicitazione del conflitto, ossia lo sviluppo della capacità del gruppo di vedere, affrontare e gestire i propri conflitti in modo costruttivo, il secondo affronta la questione in una prospettiva più ampia, ponendo le basi per una convivenza solidale tra gli alunni.

Come sempre, parlare di stili risulta difficile, se non aleatorio, ma comunque aiuta a creare dei punti di riferimento che consentano agli operatori, specie educativi, di lavorare con più intenzionalità e minor approssimazione.


Testo tratto dal libro di Daniele Novara “I bulli non sanno litigare

Immagine di un ragazzo arrabbiato a rappresentare la figura del bullo

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