Lavorare insieme per crescere?

Un esempio pratico di come spesso si confonde il lavorare insieme con un eccesso di controllo che risulta dannoso e controproducente
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Immagine che simboleggia come lavorare insieme sia un atto positivo e auspicabile

Mi ha molto colpito in occasione di una mia recente consulenza organizzativa un particolare episodio che considero paradigmatico di un modo di intendere il lavorare insieme.

Il contesto lavorativo

Accade che, quasi al termine di un percorso di riorganizzazione all’interno di una grossa realtà di servizi in ambito socio-educativo, tra gli ultimi step pratici che mi permetto di segnalare, faccio riferimento alla necessità di cambiare e soprattutto integrare sensibilmente la “segnaletica” interna e alcuni dei servizi erogati.

Tale esigenza non deriva solamente da alcuni spostamenti di uffici e di personale che abbiamo messo a punto, ma anche dalla necessità di colmare parecchie lacune in cui io stesso mi ero imbattuto e che avevano reso le mie prime visite una vera e propria impresa per riuscire ad arrivare nel posto giusto in orario.

In pratica, spiego, si tratta di ripensare in modo completo e funzionale tutte le indicazioni che permettono, sia al personale interno sia agli esterni, di sapere e soprattutto trovare il più velocemente possibile l’interlocutore di cui hanno bisogno, sia esso il Direttore, il Consulente del Lavoro presso l’Ufficio del Personale, il Coordinamento del Servizio a cui mi devo rivolgere.

Dopo un significativo silenzio e qualche scambio di sguardi tra l’imbarazzato e l’incredulo, la questione viene liquidata come se si trattasse di una pura formalità burocratica e si decide di incaricare “qualcuno” della segreteria.

Come si percepisce il lavorare insieme

Ora, come spesso accade, sono episodi banali e momenti al limite dell’informalità a restituire elementi preziosi rispetto al modo in cui le persone percepiscono il proprio contesto lavorativo e soprattutto il modo di lavorare insieme. Questo episodio conferma una certa idea che già si era affacciata in me alla luce del lungo percorso fatto di incontri formativi e colloqui consulenziali all’interno della struttura.

Infatti, la settimana successiva alla riunione di verifica e conclusione dell’intervento, quasi al termine, su mia richiesta, viene presentato la “nuova” segnaletica: resta tutto praticamente come prima! La segreteria provvederà a mettere alcuni fogli stampati se necessario all’entrata. Del resto, sottolinea il Direttore, la sede è molto frequentata a qualunque ora e di conseguenza chiunque è in grado di muoversi al suo interno semplicemente chiedendo a qualcuno dei tanti che andrà a incrociare.

Mi pare la degna e coerente conferma del modo di lavorare insieme di questa organizzazione.


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Creare dipendenza non è lavorare insieme

Un modo di lavorare che in molti e diversi aspetti è basato sulla dipendenza: non si fa il minimo sforzo per rendere le persone in grado di fare da sé. Nessun aiuto e nessuna strumentazione di supporto capace di puntare all’obiettivo dell’autonomia. “Se non sai… chiedi”: questo slogan, che in prima battuta sa tanto di vicinanza e disponibilità, è il modo con cui tenerti legato a qualcun altro, con cui rendere sempre tracciabile il tuo movimento, che ti abitua e ti costringe ad avere bisogno.

Sapere con un colpo d’occhio, in modo chiaro, dove sei tu e dove sono gli altri che cerchi, e recuperare le informazioni per potertela cavare da te, con risparmio di tempo e di energie da parte tua e degli altri, non sembra accettabile, forse nemmeno immaginabile.

La percezione del nostro lavorare insieme e della nostra coesione passa (anche) per il fatto di renderci sempre bisognosi gli uni degli altri, non per uno scambio di punti di vista, per un’integrazione di competenze, per una negoziazione e coalizzazione di capacità professionali finalizzata alla qualità del lavorare insieme ma semplicemente e banalmente per dirci dove siamo e dove stiamo andando!

Il controllo può essere dannoso

Basterebbe un’indicazione chiara per poter orientare e fare da sé insieme agli altri. Un cartello, una definizione di ruolo, un mandato per ogni gruppo di lavoro. Non si definisce, non si chiarisce, non si fa lo sforzo di assumersi la responsabilità di far crescere l’altro nella sua autonomia professionale.

Con la paura forse di perderne il controllo, con il risultato di perdere certamente il potenziale di creatività e innovazione di cui chiunque, anche l’ultimo assunto, dovrebbe essere portatore nel proprio contesto di lavoro.
Ma forse questa storia viene da lontano, va ben oltre quella specifica cultura organizzativa e forse si radica nella nostra cultura mediterranea, così tanto materna, per molti versi così poco promuovente spazi di libertà e responsabilità.

Uscendo sconsolato da quell’ultima riunione, mi viene da pensare a un amico che quest’estate di rientro da un viaggio in bici nei paesi del Nord Europa mi diceva: “Tra le cose che più mi hanno colpito è che lì è davvero difficile perderti. Tutto è segnato… sai sempre dove sei, sai sempre dove stai andando”


14 luglio 2026
Testo tratto dall’articolo “Lavorare per crescere?” di Fabrizio Lertora e pubblicato sulla nostra rivista “Conflitti

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