La competenza conflittuale per stare in salute

Vivere bene i conflitti per stare in salute, grazie alla competenza conflittuale, può sembrare un tema difficile da affrontare. Non lo è.
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Una coppia felice, che ha competenza conflittuale

Vivere bene i conflitti, mettere in campo una adeguata competenza conflittuale, per stare in salute: un tema che, di primo impatto, può apparire difficile da affrontare. Partiamo innanzitutto dal sistema immunitario che ci protegge e ci consente di stare in salute. Se, fino a qualche tempo fa, si pensava che fosse strutturato da elementi biologici, clinici e organicistici, negli ultimi decenni numerose ricerche hanno dimostrato che è importante anche per stare bene. La salute non coincide semplicemente con l’assenza di malattia, ma è un insieme di condizioni che permettono anche di essere felici.

Non si tratta dunque di una questione puramente biologica o clinica, ma di un complesso di condizioni emotive, mentali e – specialmente – relazionali, intese come capacità di stare bene con sé stessi e con gli altri.

Quando la perdita diventa malattia

Il tema della perdita può avere molteplici accezioni. Esiste la perdita sentimentale, come nel caso di coppie celebri – Federico Fellini e Giulietta Masina, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Margherita Hack e Aldo De Rosa – dove l’una non è sopravvissuta all’altro. Vicende di questo tipo conducono a una considerazione più ampia: le perdite abbassano le difese immunitarie.

Un’altra forma di perdita è quella del lavoro. Mi riferisco, per esempio, a un licenziamento inaspettato e improvviso, che non sempre crea un nuovo inizio: pur comprendendolo razionalmente, spesso non riusciamo a trarne un apprendimento. In questo tipo di perdita, il conflitto si genera dal cortocircuito tra aspettative e realtà che impedisce di prendere le decisioni giuste.

Il sistema immunitario entra così in crisi e l’organismo, inteso come insieme della neurofisiologia – anche neurovegetativa -, subisce una depressione che può favorire complicazioni sul piano della salute.

Il ruolo della depressione

Stare in salute si rivela un processo complesso. La genetica ovviamente conta molto, ma non è l’unico elemento in gioco. Entrano in campo fattori ambientali che possono modificare le condizioni di vita, come accaduto ai bambini nati negli anni Cinquanta a Casale Monferrato, esposti ai danni dell’amianto.

Ma la questione su cui desidero principalmente soffermarmi è quella psicoemotiva, ossia l’insieme di quegli elementi che agiscono all’interno della persona in relazione alle situazioni che vive. Come incidono sulla psiche e sulle emozioni? Pensiamo alla depressione.

Dico spesso ai genitori che i bambini non sopportano di vederli depressi e di non cedere allo sconforto quando sono presenti perché non sono all’altezza di condividere una simile situazione. Si aspettano genitori solidi, con competenza conflittuale, non che piangono insieme a loro. Eppure, di questi tempi, sembra diffondersi la moda della condivisione indiscriminata delle emozioni, che richiede invece grande responsabilità. Con quasi il 30% di separazioni coniugali, molti genitori desiderano dare spiegazioni ai figli, ma questo approccio non funziona. Serve un’idea diversa.

Carenza e competenza conflittuale

Dieci anni fa, una ricerca ci permise di scoprire il costrutto di carenza conflittuale, opposto a quello di competenza conflittuale. Dopo aver elaborato un questionario di venti domande a risposta multipla, lo abbiamo somministrato a campioni «sperimentali», con l’obiettivo di individuare il nesso fra la difficoltà a gestire contrarietà e discordanze, in altre parole, quando gli altri non ci danno ragione, e la violenza, fino alla guerra che rappresenta la violenza portata alle estreme conseguenze poiché prevede l’eliminazione fisica del nemico.

Questo nesso è emerso con chiarezza: il violento non sa stare nei conflitti, non ha competenza conflittuale. Per questo non ha senso continuare a dire che il bullo sia un litigioso. Al contrario, non sa litigare ed è privo di competenza conflittuale (come ho spiegato nel libro I bulli non sanno litigare). La ricerca ha confermato l’esistenza della carenza conflittuale, ossia l’incapacità di stare nella tensione relazionale vissuta come minaccia in sopportabile.

E su questo aspetto bisognerebbe lavorare anche nel caso dei femminicidi, formando generazioni capaci di stare nelle situazioni di contrarietà, con competenza conflittuale. A scuola, per esempio, quando due bambini litigano, l’adulto non dovrebbe ergersi a giudice sottraendo loro il conflitto. Meglio incentivarli a parlarsi tra di loro, non con la maestra, utilizzando strumenti come il Conflict Corner dove possono esporre reciprocamente le proprie ragioni senza l’intervento dell’insegnante.

Questo consente di attivare il pensiero magico per uscire dalla contrarietà e di riconoscere l’esistenza dell’altro.


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Le difficoltà negli adulti senza competenza conflittuale

Ci siamo resi conto che il costrutto della carenza conflittuale, opposto alla competenza conflittuale, riguarda anche i genitori. A partire dal 2018, ho iniziato a somministrare il questionario anche a quei padri e madri che vengono in consulenza per valutare il proprio baricentro nella gestione delle contrarietà sia nella coppia, sia, soprattutto, nel rapporto con i figli.

Questi ultimi, ricordiamolo, non fanno sconti: piangono, ridono, corrono, gridano, fanno scherzi… Per non parlare degli adolescenti che in questo momento mi fanno una tenerezza infinita perché si ritrovano con mamme e papà che «vogliono essere ascoltati», quando l’ultima cosa che interessa a un adolescente è ascoltare i genitori.

Ogni mese effettuo circa quaranta appuntamenti di consulenza, mantenendo un contatto diretto con la vita concreta delle famiglie. Questo lavoro mi ha permesso di raccogliere 803 questionari e di osservare che i genitori di bambini con gravi neurocertificazioni, come ADHD o disturbo dello spettro autistico, quelli con la 104 per intenderci, presentano livelli molto critici di carenza conflittuale. Esiste un nesso fra questa carenza di competenza conflittuale e la salute dei figli?

Lavorando su questo versante, abbiamo capito che il cambiamento inizia quando i genitori seguono un programma che forniamo in base alle problematiche che si ritrovano ad affrontare. Alla fine di ogni incontro, che dura un’ora, scrivo nero su bianco quelli che la maggior parte delle persone definisce «consigli». In realtà, si tratta di informazioni scientifiche. Se dico che, dopo i tre anni, sarebbe meglio che il figliolo dormisse nella sua cameretta, non è un consiglio, ma un’informazione con basi solide.

I genitori carenti

Purtroppo, in alcune occasioni, il planning educativo non funziona perché «manca un pezzo», la cura di sé da parte del genitore e la consapevolezza di ciò che dipende realmente da lui. Ogni storia è diversa, specialmente nella gestione dei conflitti e nel raggiungimento della giusta competenza conflittuale. Tuttavia, lavorare bene come genitore su questo aspetto, aumenta le possibilità di una relazione educativa più efficace e, soprattutto, di favorire una crescita sufficientemente felice dei figli.

Occorre lavorare in sincronia sulle informazioni educative e sul rafforzare la capacità di reggere la discordanza evolutiva. Ogni individuo è a sé, non bisogna dimenticarlo. Spesso mi trovo in studio madri stupite perché i tre figli sono uno diverso dall’altro. Lo trovo bellissimo perché ognuno cerca di manifestarsi e di caratterizzarsi in maniera differente, nessuno vuole essere uguale agli altri.

La salute si gioca quindi sulla capacità di vivere bene le contrarietà e le discordanze relazionali con i figli, in coppia, sul lavoro. Oggi è diffusa l’idea che occorre creare le condizioni migliori perché la gente lavori bene. E cosa facciamo? Realizziamo un centro termale oppure sistemiamo dei divani per rendere la pausa più comoda? Per quanto mi riguarda, possono essere soluzioni valide, ma è indispensabile creare anche spazi dove potersi confrontare su un eventuale problema.

A scuola, per esempio, il 30% dei trasferimenti avviene per conflittualità ambientale: un’insegnante su tre chiede il trasferimento perché non riesce ad affrontare i conflitti coi colleghi. In queste condizioni, il sistema non può funzionare.

Le tecniche per raggiungere la competenza conflittuale

Non siamo qui oggi a cercare l’ennesima verità sulla salute, ma a sostenere che le tecniche di gestione dei conflitti rappresentano un autentico «salva salute». Nel corso degli anni ne ho elaborato un efficace repertorio.

Tra queste, la rinuncia attiva (l’esempio dell’insegnante citato sopra è calzante), ispirata ai comportamenti infantili. Quando un bambino, a casa o a scuola, impossibilitato a ottenere un giocattolo, dice: «Io con te non giocherò mai più, vado a prendere un altro giocattolo più bello», non sta fallendo, ma compiendo una rinuncia attiva. Un meccanismo molto interessante osservato dagli etologi infantili, che porta a cercare qualcosa di valido, di bello, di interessante. La rinuncia attiva consiste nel prendere una decisione adeguata in relazione a una condizione diventata insopportabile, vedendo altri punti di vista. Una capacità fondamentale nella gestione
dei conflitti e che ha ricadute anche sulla salute.

La buona gestione dei conflitti funziona come un anticorpo: non si acquista, si impara. Una nostra allieva ci restituisce queste riflessioni: «Ora sento di saperne un po’ di più. Sento anche di essere profondamente cambiata, non solo nella gestione dei conflitti. La mia vita e la mia salute ora vanno decisamente meglio. La correlazione tra salute e conflitti per me è molto reale. Ho potuto togliere un farmaco che prendevo da tutta la vita».

E un altro: «La gestione dei conflitti indica il lavoro di presa di coscienza e scelta di affrontare la situazione e non fuggirne. Così ho scelto di accettare la situazione di malattia improvvisa e viverla fino in fondo, ma con il forte desiderio di uscirne il prima possibile. L’esperienza del corso So-stare nel conflitto è sicuramente il vissuto che rimane tatuato per sempre nell’anima. Tramite esperienze crude e vive ti porta a riflettere sul tuo stare al mondo, sul tuo essere relazionale, sul tuo modo di affrontare situazioni nuove, inaspettate, in un contesto definito come la malattia, ma allo stesso tempo privo di soluzioni predefinite».

Gestire il conflitto senza introiettarlo, richiede distanza e consapevolezza. Richiede una giusta competenza conflittuale.

03 giugno 2026
Articolo a firma Daniele Novara tratto dagli atti del nostro convegno del 2025 dal titolo “Vivere bene i conflitti per stare in salute”.

Una coppia felice, che ha competenza conflittuale

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