Intervista a Franco Vaccari: quando una Rondine fa primavera

Franco Vaccari è fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace. Lo abbiamo intervistato per affrontare il tema della pace e del conflitto
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Foto in primo piano di Franco Vaccari

Franco Vaccari è fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace. Laureato in Psicologia alla Sapienza di Roma, esercita come psicologo libero professionista ed è docente titolare del corso Psicologia del conflitto e della pace presso la Pontificia Università Lateranense. Ha fondato e dirige il Nuovo Laboratorio di Psicologia, Centro di ricerca e azione in ambito psicopedagogico.

Franco Vaccari, cosa significa Educare alla Pace con il Metodo Rondine?

Franco Vaccari: Significa partire da sé stessi e dalle proprie relazioni che si configurano sempre e comunque come conflitti. Questo perché si tratta di legami e non ci si lega «a freddo», ma «a caldo», investendo energie. Gli urti di vario genere e intensità che si producono quando due persone si incontrano e si vogliono legare si trasformano in uno sfregamento generativo: il legame è conflitto, che si contrappone alla linearità, e genera energia e differenza. Senza questo non ci sarebbe sfregamento.

Il conflitto è un momento che sprigiona energia e come tutte le energie ha la sua positività e la sua negatività. Educare alla Pace significa prendere coscienza che per legarci con gli altri dobbiamo attraversare i conflitti che vanno saputi riconoscere, non accantonati, non rimossi, non editati o elusi, ma affrontati e ben orientati.

Franco Vaccari, cosa fate nello specifico nel borgo di Rondine? Come viene declinato nelle sezioni delle scuole statali?

Franco Vaccari: Il borgo di Rondine rappresenta il prototipo, ossia è fisicamente il laboratorio dove ci mettiamo in gioco. Noi scherzosamente diciamo che ospitiamo persone che accettano di fare le cavie. Accade per gli studenti, ma anche per lo staff che lavora al suo interno. Se vogliamo costruire relazioni pacificanti e pacificate non dobbiamo aver paura dell’incontro e dei conflitti.

A una prima analisi potrebbe sembrare una contraddizione: se voglio lavorare per la pace, vado incontro ai conflitti. In realtà, questo costituisce il punto centrale. La pace si allontana quando noi non la percepiamo più e non affrontiamo ciò che può produrla. Il conflitto, secondo noi, genera la pace perché crea legami tra le persone. Legami che possono essere di sopraffazione oppure paritari e rispettosi delle differenze.

Il laboratorio di Rondine fa questo: prende persone di varie provenienze (in primis zone di guerra) e chiede loro di allontanarsi dai luoghi dove si agisce un «conflitto armato» per venire a vivere altri conflitti. Sperimentando i conflitti «ordinari», si supera la logica del nemico e la competenza di stare in quei conflitti. È un po’ come una cura omeopatica: ti metto accanto al nemico. Le persone possono così trovare quell’umanità che l’idea del nemico ha cancellato. Il processo che ho descritto inizialmente si configura come un risultato individuale, ma in realtà è un processo collettivo.

Venendo a Rondine scopri che Noam (palestinese) non è nemico di Issam (israeliano), ma che i palestinesi hanno tutti gli israeliani nemici, quindi quell’israeliano in particolare dev’essere per forza nemico. Se Noam e Issam comprendono di essere due persone libere e responsabili, nonostante abbiano una storia collettiva di sangue e di dolore, possono fare un passo di uscita dalla logica del nemico.

Questo rappresenta un esempio dell’essenza del laboratorio che viene agito nel borgo di Rondine.
Qui l’Academy si occupa di formazione con l’obiettivo di trasferire il metodo anche su persone o organizzazioni. Cura la formazione dei docenti che insegnano nelle sezioni Rodine, dei formatori, dei tutor e dei manager delle aziende. Il metodo è universale e da trent’anni lavoriamo sia sui conflitti sia sul concetto di nemico. A Rondine non ci qualifichiamo solo come un luogo di formazione e di educazione, lo fa anche l’università, ma aggiungiamo la preoccupazione e la speranza di cambiare il mondo. Ovviamente, come ogni buon laboratorio, cerchiamo di misurare se quello facciamo produce un cambiamento positivo.


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Cosa sappiamo dell’impatto a lungo termine dell’esperienza vissuta a Rondine? Puoi raccontare una storia come esempio?

Franco Vaccari: Non è un’impresa semplicissima perché ogni persona che viene a formarsi qui ha la sua storia individuale e irrinunciabile, quindi porta con sé le conseguenze di quanto vissuto e appreso. Qualche volta si manifestano con tempi non certi, a volte addirittura anche dopo dieci anni con effetti anche più sorprendenti e più efficaci di quelli che arrivano subito.

Questa difficoltà non va usata come alibi per dire che non possiamo effettuare rilevazioni. Ci stiamo provando e, in parte, ci stiamo riuscendo. Le misurazioni sono quantitative e qualitative. Nel primo caso, calcoliamo quante persone riusciamo a raggiungere e cosa stanno facendo. Quali tracce della formazione rimangono sia a breve che a lungo termine. Nelle categorie qualitative il dibattito è più ampio: cosa può essere misurato come successo e cosa come insuccesso? La questione si complica perché, a volte, ci rendiamo conto che quello che sembrava un insuccesso, nel tempo è diventato un successo.

Per farvi capire, vi porto a esempio quello che potrebbe essere considerato, secondo i parametri ordinari, il più grande insuccesso del quarto anno di rondine: una ragazza che l’anno successivo torna in quinta superiore e, all’esame di maturità, viene bocciata. A lato, dobbiamo considerare che aveva alle spalle una storia «pesante» sulla quale non mi soffermo. Dopo due anni, la ragazza ritenta con la maturità e viene promossa. Non solo. L’anno seguente diventa consigliera comunale nel suo piccolo comune su proposta del Sindaco che aveva apprezzato il suo impegno sociale dopo l’esperienza di Rondine.

Alcuni numeri possono far comprendere l’impatto di quello che facciamo: nel mondo abbiamo 280 Rondini d’oro, circa 300 Rondinelle d’oro uscite dal quarto anno e possiamo contare circa 1200 studenti frequentanti le sezioni Rondine in tutta Italia. Da settembre 2025 avremo 40 scuole che partecipano alla sperimentazione.

Franco Vaccari, qual è il tuo giudizio sull’Italia e sull’Europa che si riarma sulla base della «retorica della sicurezza»?

Franco Vaccari: Il mio giudizio si lega a una sensazione di altissima preoccupazione e a uno stato di allarme permanente per un processo che purtroppo non riguarda solo l’Italia e l’Europa, ma il mondo. C’è un vento che in certi momenti della storia si presenta come inarrestabile. Si sta diffondendo anche la terribile percezione che la guerra alla fine è inevitabile. Sono anche preoccupato perché non ci sono voci che in qualche maniera pongano un dubbio su questa inevitabilità.

Trovo la corsa al riarmo totalmente priva di razionalità e mi sconcerta anche il fatto che non esiste una riflessione su quanto la guerra sia cambiata. Pensiamo ai cercapersone fatti esplodere dalle forze armate israeliane che hanno provocato morti e feriti anche gravi. Pensiamo ai due umanoidi ucraini che hanno intercettato e catturato due soldati russi. Basta poco per rendersi conto che il concetto di guerra non solo è saltato, è stato proprio ridefinito.

Alla stessa maniera, percepisco che di conseguenza anche il concetto di pacifismo è entrato in crisi. Questo determina inevitabilmente che la cultura della pace è chiaramente in ritardo sul suo ripensamento. Sugli armamenti, se non fosse una cosa tragica, mi verrebbe quasi da sorridere. Perché gli armamenti di cui stiamo parlando sono qualcosa di assolutamente inadeguato. In sostanza si tratta di una questione veramente irragionevole: nel senso che non ha ragionamento alle spalle.

21 febbraio 2026
L’intervista a Franco Vaccari è stata fatta da Cesare Menchi e pubblicata sulla nostra rivista “Conflitti”.

Foto in primo piano di Franco Vaccari

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