“il cambiamento di solito è bizzarro, inatteso, illogico; il modo con cui si produce è caratterizzato dalla presenza di un elemento paradossale, sconcertante.”[1]
- L’imprevedibile
- Le resistenze
- Come sbloccare dinamiche consolidate
- Cambiare i soliti schemi
- L’errore
- Il limite
L’imprevedibile
“La realtà non si lascia comprimere in una previsione totale”, afferma la giornalista e divulgatrice scientifica Gabriella Gregson sul quotidiano Avvenire di qualche settimana fa. La Gregson è dell’opinione, suffragata dalle recenti ricerche nel campo della fisica teorica e sperimentale, che, contrariamente a quanto si sosteneva con fermezza fino a qualche decennio fa, “l’evoluzione può sfuggire nel dettaglio” e, confutando una paradigma della fisica che sembrava inoppugnabile, ci troviamo a dover sostenere che, nonostante la conoscenza esatta di tutte le condizioni, il mondo non è mai un meccanismo perfettamente prevedibile.
“Ogni previsione contiene una soglia, ogni risultato apre un margine. Quel margine mantiene viva la possibilità, tiene aperto il campo delle domande”, sostiene la Gregson nel contributo richiamato sopra. E qui il discorso si fa molto interessante, anche per noi che possiamo misurarci più su un piano fenomenico della dimensione sociale, relazionale, esperienziale. Anzi, proprio questa constatazione, che apre in realtà anche alla vita quotidiana, considerando che “ogni scelta si muove dentro condizioni che non si controllano completamente…la vita si organizza intorno a direzioni, non a previsioni assolute”, fa si che è possibile trasferire questo nuovo paradigma della fisica ad un’area che potremmo definire della imprevedibilità evolutiva nella socialità umana. Se in fisica l’imprevedibilità non blocca, ma “genera movimento, tiene viva la ricerca, rende possibile il cambiamento”, nelle relazioni sociali, parimenti, la capacità di affrontare la novità offre l’opportunità di attivare forme di arricchimento (non solo cognitivo, ma anche emotivo ed affettivo) e di apprendimento.
Le neuroscienze, a tale proposito, hanno appurato ormai da alcuni anni che l’attivazione della registrazione sinaptica a livello dopaminergico è possibile grazie a fenomeni vissuti inaspettatamente, non tanto ad eventi che risultano prevedibili. Come del resto in pedagogia è acclarato che “nell’imparare, il senso dell’imprevisto appare un elemento di grande aiuto per ridefinire il proprio quadro percettivo e quindi per acquisire nuove capacità.”[2]
Le resistenze
Indubbiamente, sono tante le resistenze che le persone mantengo in vita pur di non cambiare. Anzi, a tutti sarà capitato di rimanere intrappolati in una sorta di zona comfort interiore che ci trascina nella paura di metterci in gioco. Accettare gli errori può essere un modo per rompere le nostre catene, non foss’altro perché alcuni nostri copioni interni (alimentati anche dall’educazione ricevuta) ci procurano una forma (illusoria) di protezione dall’imprevedibile. In molte situazioni, per esempio provenienti dall’osservatorio dei colloqui del Parent Counseling o della consulenza educativa in generale, i soggetti non sono consapevoli inizialmente che è proprio la reiterata convinzione che i soliti e insistenti modi di affrontare i problemi possano esporre ancora di più all’inefficacia dell’azione.
E proprio lavorando su questa convinzione (esistenziale) che gli studiosi della Scuola di Palo Alto hanno potuto osservare che il “cambiamento viene effettuato sulla soluzione adottata per produrre il cambiamento… (…) …si scopre infatti che tale ‘soluzione’ in effetti è la chiave di volta del problema che si voleva in tal modo risolvere.”[3]
Come sbloccare dinamiche consolidate
L’obiettivo dei colloqui professionali con i genitori e con gli adulti in genere (ma anche con gli adolescenti) è proprio quello di poter facilitare la persona nell’affrontare e sbloccare dinamiche consolidate, a scoprire nuovi punti di osservazione e, soprattutto, cerca di riorientare il cliente nell’esplorazione di nuove risorse da mettere in gioco, principalmente nei momenti in cui la competenza nel far fronte ai problemi risulta cruciale.
Del resto, uno degli ostacoli più grandi che gli individui incontrano nel fare esperienze di apprendimento, e quindi di cambiamento, sono proprio le proprie difese, la resistenza a prestare attenzione ai “fatti nuovi”, ai segnali d’allarme, in quanto, come si sosteneva più sopra, questi richiedono una ristrutturazione dei punti di vista e degli schemi mentali. Prestare attenzione alle novità significa anche mettere in discussione la propria identità. “Sotto sotto, so che non voglio stare bene e cambiare. Preferisco stare male”, mi afferma un quindicenne durante il nostro secondo colloquio di consulenza.
In linea di massima, è sempre più tranquillizzante supporre che la realtà si comporti secondo il nostro consueto punto di vista, che ammettere che dobbiamo fare uno sforzo per adattarci al cambiamento.[4]
Cambiare i soliti schemi
Abbandonare o modificare i precedenti schemi mentali di riferimento è molto difficile, proprio per le resistenze a cui facevamo riferimento poco fa.
Riprendere in mano la propria vita, in ottica di adattamento alla vita e non più di adeguamento (quindi di rinuncia al nostro potenziale personale, delegando agli altri o agli eventi del destino le necessità di far ordine nella nostra esistenza), significa anche impegnarsi a saper leggere la nostra mente e le nostre emozioni. “Quanto meno una persona comprende i suoi propri sentimenti… (…) …,le risposte e il comportamento di altri, tanto più probabile è che interagisca con loro in modo improprio, non riuscendo quindi ad assicurarsi il posto che le compete nella comunità più in generale.”[5]
La capacità di introspezione con noi stessi, e quindi con l’opportunità di far luce sul nostro sé e sui nostri vissuti personali, comporta anche avere consapevolezza dei propri limiti e delle proprie risorse. Conquistare una maggiore integrazione interna implica l’attivazione di un dialogo con i nostri automatismi (schemi che si ripetono, come si enucleava sopra) e con le nostre reazioni emotive di fronte alle difficoltà. L’individuazione delle proprie risorse e punti di debolezza risulta propedeutico per chi vuole imparare e quindi cambiare.
L’errore
Seguendo questo processo, che abbiamo definito di adattamento alla realtà (anche in termini evolutivi) e non di adeguamento, dobbiamo prendere atto che ci imbatteremo sempre in una dimensione di errore. La nuova esperienza, la novità, l’imprevisto rappresentano inevitabilmente aree di esplorazione che comportano errori, inciampi salutari nel percorso di costruzione del cambiamento. L’errore rappresenta la misura della mia capacità di rivedere e ristrutturare l’esperienza in base al risultato che penso di raggiungere.
L’errore mi permette di individuare la strategia comportamentale che ho messo in funzione nell’affrontare quello specifico ostacolo. Se ho contezza che quel determinato insuccesso sia potuto determinarsi per un mio particolare e soggettivo atteggiamento rispetto alla novità, in funzione delle mie predisposizioni, della mia intelligenza, della mia capacità cognitiva interna e delle mie emozioni vissute, allora posso registrarlo come strategia alternativa messa in atto in quel particolare momento/contesto. Questa consapevolezza è fondamentale nell’ottica dell’autopercezione delle mie potenzialità e dei miei limiti.
Il limite
“La fisica riconosce il limite e lo trasforma in punto di partenza. Da lì nasce una forma più profonda di attenzione, una capacità di stare dentro i processi senza pretendere di chiuderli completamente. E in quella zona accade qualcosa di decisivo: la ricerca continua…” [6] Riconoscere ed accettare il limite, migliorando e affinando la nostra capacità di attenzionare la modalità di dialogare con la nostra identità profonda, significa, anche in prospettiva esistenziale (e non solo scientifica), poter sintonizzarsi anche con le nostre emozioni, blocchi, sfasature comunicative, perché si riconosca ciò che ci mette in difficoltà, senza soccombere.
Riconoscere il limite, dal nostro punto di vista, significa far i conti con gli affioramenti che provengono dall’infanzia, con quei tasti dolenti [7]che non ci permettono di vivere l’imprevisto con coraggio e proattività. Traslando dalla fisica all’area psicopedagogica l’affermazione della Gregson, possiamo dire che star dentro i processi significa poter individuare correttamente gli atteggiamenti grazie ai quali si riesce ad influenzare le proprie azioni e i risultati che ne derivano, senza necessariamente farsi condizionare da scelte e decisioni che riguardano il caso, dalle suggestioni che provengono dagli altri e da circostanze esterne.
05 agosto 2026
Filippo Sani
Sociologo, Pedagogista, Counselor Relazionale e di Orientamento
[1] P. Watzlawick, J. H. Weakland, R. Fisch, Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi, pag. 92, Edizioni Astrolabio, Roma 1974.
[2] D. Novara, La grammatica dei conflitti. L’arte maieutica di trasformare le contrarietà in risorse. Pag. 88. Edizioni Sonda, Casale Monferrato (AL), 2011.
[3] P. Watzlawick, J. H. Weakland, R. Fisch, Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi, pag. 92, Edizioni Astrolabio, Roma 1974.
[4] A. Oliverio, L’arte di imparare, Edizioni Rizzoli, Milano, 1999.
[5] H. Gardner, Forma mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, pag. 275. Edizioni Feltrinelli, Milano, 2005.
[6] Gabriella Gregson, Non possiamo sapere tutto: il limite che diventa un luogo di conoscenza. Avvenire, pag. 5, 7 luglio 2026.
[7] D. Novara, La manutenzione dei tasti dolenti. Come riconoscerli e gestirli per stare bene con se stessi e gli altri, BUR Rizzoli, Milano, 2022.

