Per parlare di pedagogia parto da un dato: in occasione della Giornata mondiale della salute mentale la Sinpia – Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza segnala che un bambino o un’adolescente su cinque soffre di un disturbo neuropsichiatrico e che solo un intervento può cambiare il corso delle cose. Dalla mia esperienza non esiste una percentuale del genere. Mia mamma, nel 1943, in piena guerra, era maestra di una prima elementare e la maggior parte delle sue alunne non aveva mai visto un pezzo di carta, tantomeno giornali o libri. Eppure, alla fine dell’anno, tutte sapevano leggere, scrivere e far di conto.
Psichiatria o pedagogia?
Sono convinta che oggi si facciano valutazioni sbagliate. La psichiatria in genere, e la neuropsichiatria infantile in particolare, isolano il bambino e lo esaminano da solo, valutano ciò che sa fare e ciò che non sa fare, si basano su scale di test e calcolano il punto in cui si colloca. Ma queste scale rivelano soprattutto le negazioni, ciò che non va, ciò che manca, ciò che dovrebbe esserci e non c’è. Questo però non è il modo di avvicinarsi all’infanzia che è un’età evolutiva e quello che il bambino oggi non sa fare può darsi che domani lo faccia.
Inoltre, come diceva il grande pediatra e psicanalista Donald Winnicott, il bambino non esiste: «Tutte le volte che sono stato chiamato al letto di un bambino ho sempre visto un adulto. C’era accanto a lui la mamma, c’era pure la nonna. E lì il bambino è nelle interazioni, non nella solitudine e nell’isolamento delle sue competenze».
Qui manca l’obiettivo principale: le relazioni, le comunicazioni. Ed è proprio in queste relazioni che si formano la soggettività e l’identità, che si costruiscono, cambiano e si modificano proprio nell’interazione con gli altri. Perciò, più che cambiare il bambino, bisogna cambiare i rapporti che le principali agenzie educative – la scuola, la famiglia – hanno con lui. In questo modo, cambiamo l’ambiente, cambiamo le richieste e darà il meglio
di sé.
Nell’isolamento, invece, si misurano solo le negatività e le mancanze in base a una supposta normalità che non esiste, perché ognuno di noi è diverso dagli altri. Genitori e insegnanti devono tenere conto delle competenze, delle sapienze ereditate nel tempo, ma anche della singolarità di ogni bambino, del suo essere unico e irripetibile.
L’ambiente e il tempo
Bisogna innanzitutto cambiare l’ambiente, la scuola e la famiglia in cui il bambino vive, e questo ce lo ha insegnato Maria Montessori, che spiegava persino dove posizionare maniglie delle porte e interruttori per rispettare la sua dignità. Il bambino non si considera tale, ma un adulto, una persona come le altre. Non ha piena consapevolezza della propria fragilità e vulnerabilità. Questa spetta a noi adulti.
L’infanzia non è solo carenze, non è solo non sapere o non saper fare, non riuscire, perché ogni bambino ha risorse immense. Come ho cercato di testimoniare in Una bambina senza stella, la biografia di una bambina – io – cresciuta in tempo di guerra, tra enormi difficoltà e le leggi razziali, e che, nonostante tutto, se l’è cavata.
Questo perché nei momenti di emergenza i bambini possono rivelare risorse che non attribuiamo loro. Bisogna lasciare che cerchino, che facciano tentativi, che possano sbagliare. Nella società di oggi non accettiamo l’errore, non diamo il tempo di sbagliare, di ripensare, di riprendere il discorso, di proseguire. Mentre, come insegna il Centro Psicopedagogico, anche i conflitti tra bambini, per esempio, possono far parte dell’educazione, perché insegnano a vivere nella relazione e a tener conto delle ragioni degli altri, siano essi fratelli, amici o compagni di classe.

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La pedagogia in relazioni agli adulti
L’adulto che educa il bambino educa anche sé stesso. Mentre il bambino cambia, le figure educative più importanti – la mamma, il papà, gli insegnanti – prendono tanto su di sé, diventando competenti nelle relazioni, più capaci di rivelare l’empatia, più in grado di capire quanto il loro intervento sia importante, senza prevaricare.
Maria Montessori, forse la figura più nota della pedagogia italiana, diceva che la richiesta del bambino è: «Lasciami crescere da solo», non nell’isolamento, ma nella riflessione continua su ciò che sta facendo, su come possiamo aiutarlo e orientarlo. Perché il bambino è malleabile, vivo e non va pietrificato nella diagnosi, dato che, quando questa arriva, lui è già altrove, è già cresciuto, è già cambiato.
Occorre rispetto per l’età evolutiva e per i suoi tempi, perché non tutti evolvono allo stesso ritmo. In famiglia, a scuola, ci vuole pazienza, bisogna saper aspettare. Ma questa società frettolosa non ne è capace, vuole tutto subito, non si dà il tempo di riflettere, non si dà il tempo di sbagliare e di ripartire. Non conosce la resilienza. Non riesce a comprendere come l’età evolutiva debba invece essere rispettata in ogni suo aspetto.
Ogni intervento deve essere misurato su quel bambino. Ed è importante renderci conto che cambiando lui pedagogicamente, cambiamo l’adulto e la società. Non a caso la pedagogia ha sempre fatto paura e, per secoli, è stata ostacolata, prima dalla religione, che voleva avere il monopolio dell’educazione, e poi dalle dittature. Oggi può finalmente trovare un proprio spazio, purché non si lasci condizionare dalla medicina che rappresenta uno dei pericoli del nostro tempo.
Educare significa mettere il bambino al centro
Capisco che tutto è diventato più complesso. Gli adulti sono spaesati perché si trovano in una dimensione completamente nuova, quella della realtà fittizia e ipotetica, dei computer, dei social. E i bambini vengono spesso lasciati soli a navigare, mentre possono farlo purché accanto a loro ci sia un adulto. Non dovrebbe essere possibile che piccoli di nove anni riescano a entrare nei siti pornografici perché, quando accade, il bambino cessa di essere evolutivo, di essere sé stesso e si lascia trascinare da una deriva molto pericolosa.
Non dico che si debbano demonizzare i media e la realtà virtuale, ma renderli strumenti educativi con attenzione e con estrema vigilanza, spiegando che consentono di comunicare, scrivere, stare in contatto con bambini lontani
o con altri che hanno problemi.
Quindi, se è vero che il bambino è messo al centro, come diceva Montessori, bisogna saper interpretare, bisogna saper ascoltare, bisogna saper riflettere. Questo è il compito enorme che la pedagogia assume, così come si fa carico di tutti questi problemi che sfuggono alla settorialità degli interventi tecnici, dei giudizi generici,
delle valutazioni astratte.
La pedagogia insegna ai genitori e agli educatori a entrare in rapporto con quel bambino, a rispettarlo, ad accettare i suoi tempi e i suoi spazi. Ad accompagnarlo. E devo dire che forse in questi anni ho imparato più di quanto abbia insegnato.
05 giugno 2026
Testo tratto dall’intervento di Silvia Vegetti Finzi durante il nostro convegno “Vivere bene i conflitti per stare in salute“.

