Violenza tra ragazzi: ma cosa sentono con i coltelli?

Seguendo gli ultimi casi di violenza tra ragazzi, una domanda sorge spontanea: cosa permette a questa arma di prendere il posto di penne, agende e oggetti personali?
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Immagine di un coltello a simboleggiare la violenza tra ragazzi

Leggendo degli ultimi fatti di cronaca inerenti alla violenza tra ragazzi, mi è scoppiata nella mente questa riflessione che mette insieme alcuni recentissimi casi con frammenti della mia memoria che si rifanno a un numero di testimonianze dell’anno scorso e a un intervento di Massimo Recalcati su Repubblica di alcuni mesi fa.

Ma già prima di approfondire il mio discorso, mi tocca ammorbidire il giudizio che mi è arrivato come un lampo: non tutti i giovani sono così malmessi e la nostra gioventù è anche fatta da tanti ragazzi intelligenti, bravi, socialmente impegnati sia nella scuola, sia nello sport e lontani da armi e droga. Eppure tanti, troppi, sono implicati in questa paradossale situazione, in questo aumento di violenza tra ragazzi nel quale i coltelli appaiono come freddi compagni abituali.

Cosa permette a questa arma silenziosa di prendere il posto delle penne biro, delle agende e degli oggetti personali? Qualcuno delle generazioni precedenti – a cui io stesso appartengo – si ricorda di aver visto coltelli nelle tasche degli amici?

Nella nostra gioventù eventualmente capitava che una rivalità, un contrasto, portasse a uno scontro che si risolveva, in genere, con qualche pugno finché intervenivano gli amici che aiutavano a comporre la vicenda in qualche modo. Sinceramente, questa dei coltelli è una cosa che mi fa rivoltare, trasecolare, rabbrividire, allarmare.

Il coltello come arma silenziosa nella violenza tra ragazzi

Se per far male o uccidere si usasse una pistola non cambierebbe certo l’aspetto morale della violenza tra ragazzi, ma la sorpresa non ci sarebbe. Le pistole fanno rumore. Il coltello è un’arma silenziosa. Ed è anche un’arma che non può essere usata contro molti. Una modalità che lascia il singolo contro il singolo; un po’ come recitava quella pubblicità di fine anni Ottanta: «Turista fai da te?».

Mi sembra dunque legittima la presa di posizione di Recalcati che sostiene che alla base di queste funeste e terribili aggressioni c’è, in fondo, un’assenza di dialogo. Non ci sono più parole fra persone, non ci sono più dialoghi tra ragazzi, non ci sono più confronti tra genitori e figli e quindi tra generazioni contigue.

Questo è un punto importante nel discorso di Recalcati, ma interessa molto anche a me: «Il conflitto intergenerazionale deve svilupparsi sul piano simbolico e non circuitare con il reale». Non si può che essere d’accordo, ma con l’aggiunta del fatto che le cose sono molto cambiate in questo ambito. Già Konrad Lorenz aveva rilevato che questo tipo di confronto, che sottende anche tentativi di identificazione identitaria e sessuale, ormai avviene molto spesso non con i padri e le madri «reali», piuttosto con soggetti adulti distanti o anche sognati e immaginati e quindi irreali.

Altri autori hanno affermato, più recentemente, come addirittura un confronto dell’identità sessuale avvenga più sovente con le amiche piuttosto che con la madre, e quindi con dei pari età che fanno parte dei gruppi di riferimento giovanili. Queste sostituzioni sono il frutto sia di una frammentazione e di una svalutazione della famiglia, sia di un ricorso a identificazioni con personaggi famosi indotto prima dalla cosiddetta globalizzazione e poi dai social.

L’assenza di confronto che sfocia in violenza tra ragazzi

Se anche non si voglia avere nostalgia della famiglia di un tempo, comunque il fatto concreto e decisivo mi pare che sia la mancanza di un confronto con i propri genitori reali. Per di più i tempi esagerati di frequentazione dei social non fanno altro che rendere difficili, se non addirittura inutili, le conversazioni, i dialoghi, lo scontro verbale, se si vuole, proprio fra figli e genitori reali. Di fatto, li impediscono. Se non è possibile, o non è più usato, lo strumento del confronto, della discussione, del contrasto e se la parola non ha più senso e spazio, allora diventa immediato il ricorso alla violenza tra ragazzi tramite lama, silenziosa, ambigua, nascosta, anche simbolica.

Ecco servita una spiegazione possibile della violenza tra ragazzi tramite il coltello: dacci un taglio! Il coltello è un’arma con una lunga storia, bisogna andare indietro fino alla daga dei romani e in seguito al Medioevo, un tempo nel quale si ricorreva spesso alle armi per definire questioni apparentemente prive di soluzioni.

Si converrà che, almeno allora, esistevano spesso rituali e convenevoli che davano comunque un senso sociale allo scontro. E c’erano persone che assistevano e regole rigide da seguire. E qualche volta ci si fermava al «primo sangue», un duello approvato e rituale, seppur molto pericoloso, sia chiaro. Su questo punto il dr. Claudio Riva, nel corso di una conversazione personale, mi suggerisce che «dare un taglio» non è l’unico scopo della pugnalata perché probabilmente si vuole anche forare la carne, andare in profondità nel corpo e far uscire sangue. Vedere come uno «langue e stramazza e soffre», e pure muore.

Tante volte nei giochi al computer si uccidono virtualmente molti soggetti e si accende una lucetta rossa quando questo succede. Adesso però, come sostiene Recalcati, siamo d’emblée nel reale e non più in un gioco. Questo aspetto del possibile pericolo di indurre e produrre ferite e morte è una cosa che ti dicono i ragazzi se affronti con loro l’argomento: l’idea è che, se c’è da andare ad affrontare una questione di «rivalità» o altro, avere in tasca un coltello ti dà un’aria «da guascone, da dritto», ma se parli con un ragazzo delle babygang ti dice che, siccome gli altri porteranno il coltello, tu non puoi andare senza. La domanda, che ha già una risposta, è quindi: cosa può succedere se qualcuno lo sfodera davvero il coltello?


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Rapporto genitori-figli e una genitorialità persa

Nonostante che alcuni autori ritengano che tutto sia cominciato con la pandemia, la famiglia ha iniziato a cambiare molti anni prima. Già dopo il 2000 mi capitò di scrivere in collaborazione un contributo su questo tema nella stesura delle Linee Guida Nazionali per la Psicologia del SSN.

Qui non è il caso di approfondire e mi riservo di sintetizzare il problema: i genitori hanno perso il controllo dei figli scivolando al ruolo di amici dimenticando che nella famiglia, finché i figli sono piccoli, non ci può essere democrazia. Il risultato è che questi, dai dodici, quattordici anni in su, riservano molto più prestigio e ascolto ai coetanei e sistemano la loro identificazione con personaggi lontani – dei social o della fantasia -, comunque altro da padri e madri.

La violenza tra ragazzi è anche data da come, nella società odierna, ci sia una spinta forte alla precocità dei giovani e quindi a un’autonomia che ancora non può essere completata, che fa in modo che ognuno se la debba cavare da sé. Oltre alla perdita di autorevolezza dei genitori (dei quali qualcuno pensa che non si debbano neanche più identificare come ruolo e funzioni – sic!) si assiste anche allo scomparire della genitorialità diffusa che un tempo assicurava che qualche adulto ponesse dei limiti allo strafare di certi giovani (cittadini, vicinato, allenatori, commercianti, educatori, vigili…).

Da questo punto di vista, si capisce meglio cosa può voler dire mancanza di dialogo che consiste anche in una mancanza di assistenza, di consigli, di contrasti, di confini. Gli adulti, e in particolare i genitori, possono rappresentare dei confini ed essere essi stessi confini; le regole invece debbono essere condivise e rispettate sia dai grandi che dai piccini. Sia i confini che le regole non si scavalcano. E se capita occorre spiegarsi il perché e il come è stato possibile. Ma se confini e regole non ci sono più o sono labili si scivola nel caos.

La violenza tra ragazzi è il prodotto di un’anima rinseccolita

In questi nostri tempi, l’anima sembra essersi quasi persa per una serie di ragioni: la riduzione dell’influenza di una morale pubblica e anche personale, quindi privata; la mancanza di tenuta delle regole sociali e civili. Pare certo che ognuno possa fare quel che vuole in ogni circostanza.

Questa semi specie di libertà non fa i conti con la libertà del prossimo, degli altri. La signora che è stata scippata investe con la propria auto il disgraziato delinquente, poi riprende la sua passeggiata per lo shopping come niente fosse. Si fa giustizia da sola come in un remoto Medioevo. Il ragazzino accoltella l’altro per delle canne; il marito geloso uccide la moglie davanti al figlio…

Questa auto-autorizzazione a procedere, a usare violenza tra ragazzi, a fare giustizia per conto proprio sembra direttamente derivare dalla pubblicità odierna, specchio sincero del sentire comune e pare andare in direzione di affidare qualunque questione alla singola persona – «turista fai da te» appunto -: «persona sofferente fatti la diagnosi», «diagnostica (da te) il tuo mal di testa e pigliati la pasticca corrispondente».

E ha a che fare certamente con una mancanza o con il ridursi di una coscienza personale e soprattutto, conseguentemente, con il venir meno di una morale sociale e civile condivisa. Niente regole e niente discussione.

Ovvio che questa situazione vede anche poi l’indebolimento di una serie di valori familiari, sociali, politici. Si chiude il cerchio con il risultato che l’anima, la nostra parte di coscienza e di morale si prosciuga, si riduce, prende sempre meno spazio e valore dentro di noi, mentre acquista consistenza l’esperire personale, l’emozione non contenuta, il ricorso immediato a soluzioni concrete già viste e facili da emulare. Un rinsecchimento dell’anima che almeno a mio parere si sposa bene con la scomparsa di un adeguato spazio del parlarsi e del confrontarsi su valori e scelte da potere o non poter fare.

Tutto questo può certamente permettere ai giovani meno fortunati, meno «normali», meno inseriti e integrati nel corpo sociale, evitando appunto un qualunque breve momento di riflessione e di consapevolezza, di colpire un altro giovane che si trova sulla loro strada.

Cosa ne sarà, alla lunga, della nostra posizione di primati di fronte alle regole della convivenza nell’ambito delle specie animali? Rischiamo di non salire più verso il vertice evolutivo dove Darwin ci aveva posti, ma di scendere in direzione opposta, verso il basso. Sarà così davvero?

Testo tratto dall’articolo “Ma cosa sentono i ragazzi con i coltelli?” di Pierangelo Pedani pubblicato sulla rivista “Conflitti“. 15 luglio 2025

Immagine di un coltello a simboleggiare la violenza tra ragazzi

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